A San Giorgio a Cremano ci sono vicende che non hanno bisogno di ragionamenti complessi per essere comprese. Basta rileggere gli atti. Nel novembre 2024 il Consiglio comunale votava l’acquisto dell’ex Cinema Flaminio con una operazione politica e simbolica: circa 2 milioni di euro, tra acquisto e riqualificazione, finanziati attraverso mutuo, per restituire alla città l’unica storica sala cinematografica e farne un luogo pubblico dedicato a cultura, scuole, associazioni e teatro.
All’epoca il messaggio fu chiaro: il Flaminio doveva rappresentare il ritorno del pubblico. Un presidio culturale, un investimento identitario, una risposta moderna a quella San Giorgio raccontata solo attraverso vecchi cliché. Tra i principali sostenitori dell’operazione c’era l’allora assessore al bilancio Giuseppe Giordano, che in Consiglio difese la congruità economica dell’acquisto e la scelta di investire risorse pubbliche sul cinema. Giordano, ieri in un post sui social, ha ricordato anche le parole dell’allora primo cittadino, Giorgio Zinno: «L’idea non è darlo a soggetti privati che poi gestiscono un’opera dopo che il Comune spende».
Oggi, però, leggendo la delibera approvata dal Consiglio, sembra di essere davanti a un’altra storia. L’ex Cinema Flaminio viene inserito insieme al Parco di via Manzoni e all’area ex ABB tra i beni da affidare a soggetti esterni mediante concessioni e partenariati. La ragione? Il Comune sostiene di non avere personale, risorse e capacità sufficienti per gestirli direttamente. E qui emerge la prima contraddizione politica. Se nel 2024 il Flaminio era la dimostrazione della volontà pubblica di investire sulla cultura, nel 2026 si certifica che il pubblico non è in grado di gestire ciò che ha acquistato e finanziato. Ma c’è di più.
La delibera votata ieri è costruita sul presupposto della valorizzazione e dell’esternalizzazione di beni riqualificati o interessati da finanziamenti PNRR. Nelle pagine si richiamano vincoli europei, obblighi di manutenzione delle opere PNRR, target e milestone da rispettare. Eppure il Flaminio non è un’opera PNRR.
Anzi, la delibera del 2024 ricorda espressamente che il tentativo di finanziamento attraverso il CIS Vesuvio-Pompei-Napoli non andò a buon fine e che il Comune scelse la strada del mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti per acquistare e riqualificare l’immobile.
Quindi perché inserirlo nello stesso contenitore politico-amministrativo delle opere finanziate con fondi europei?
Perché utilizzare la cornice del PNRR per giustificare l’esternalizzazione di un bene che con il PNRR non ha alcun collegamento finanziario diretto?
Domande legittime, mentre Giuseppe Giordano ricorda la genesi dell’operazione 2024 sul Flaminio e sottolinea che «l’ex cinema non può essere liquidato cosi, con una delibera che nelle motivazioni parla solo di parchi. Certi piani di fattibilità si fanno prima di scegliere e non dopo, anche perchè vanno garantiti gli obiettivi per cui abbiamo acquistato nel 2024».
Se il Flaminio, solo due anni fa, era davvero il simbolo del rilancio pubblico della cultura, perché ora la prospettiva è di affidarne la gestione a soggetti esterni?
Nessuno mette in discussione che una concessione ai privati possa funzionare. Molti teatri e spazi culturali vengono gestiti così. Ma allora bisognerebbe dirlo chiaramente ai cittadini: il progetto era questo fin dall’inizio oppure si è arrivati a questa soluzione perché, una volta acquistato il bene, ci si è resi conto che mancavano le condizioni per gestirlo?
Acquistare un immobile può essere una scelta amministrativa. Dargli un’anima è una scelta politica. E sul Flaminio sono queste contraddizioni a chiedere una risposta.









