Ferruccio Fiorito, avvocato e giornalista, in un post su Facebook analizza il clima che in Italia si registra dopo la vittoria di Sal Da Vinci al festival di Sanremo.
“Si sono spenti i riflettori su Sanremo, ma si è acceso il solito, prevedibile incendio di fiele. La vittoria di Sal Da Vinci — un artista che porta con sé il peso e la bellezza di una tradizione secolare — non è stata accolta come un semplice verdetto musicale, ma come un’offesa personale da una parte del Paese. Ancora una volta, il successo di Napoli non viene letto come merito, ma come un’usurpazione. Il razzismo sistemico e quella subcultura del pregiudizio, mai realmente sopita, sono tornati a galla con la violenza di un riflesso incondizionato. Ma perché Napoli genera questo corto circuito emotivo? Perché il successo di un napoletano non è mai “solo” un successo, ma diventa un caso nazionale di intolleranza? Forse, perché Napoli è, di fatto, una città-nazione. Possiede una lingua, una musica e un’estetica che varcano i confini regionali e nazionali senza chiedere permesso. Questo potere d’esportazione spaventa chi vive in realtà culturalmente più “diluite”. Quando Napoli vince, si percepisce una sorta di minaccia all’identità nazionale standardizzata: la paura che il “particolare” napoletano diventi l’universale italiano. Forse perché l’Italia è un Paese storicamente frammentato, che ha faticato a trovare un’identità unitaria. Per decenni, la costruzione dell’identità “italiana” (soprattutto al Nord) si è basata sulla contrapposizione: “Noi siamo ciò che Napoli non è”. Se Napoli è il “caos”, il resto d’Italia è l’ordine. Se Napoli è “furbizia”, il resto è onestà. Quando Napoli dimostra eccellenza, dal calcio all’arte, dalla cultura alla cucina, questo castello di carte crolla, scatenando una reazione rabbiosa di chi vede smentita la propria presunta superiorità morale. Forse perché c’è un voyeurismo mediatico che non ha eguali. Se un fatto di cronaca accade a Milano, Torino o Roma, rimane un fatto di cronaca. Se accade a Napoli, diventa un tratto antropologico. Questa sovraesposizione crea un circolo vizioso: i media alimentano il pregiudizio per ottenere click e Il pubblico, nutrito di pregiudizi, reagisce con odio a ogni notizia positiva per “riequilibrare” la percezione negativa che gli è stata somministrata. Vedere la vittoria di un artista trasformata in un campo di battaglia razzista è la prova che l’Unità d’Italia, nel profondo delle coscienze, è ancora un cantiere aperto e malridotto. Il problema non è Napoli; il problema è un Paese che non riesce a perdonare a una città di essere viva, visibile e, soprattutto, vincente. Finché la vittoria di un napoletano verrà sentita come una “sconfitta degli italiani”, resteremo un popolo diviso da un confine invisibile ma ferocissimo, fatto di ignoranza e rancore. In ultimo mi rivolgo ai miei concittadini: difendete gli artisti napoletani. Non facciamo il loro gioco”.









