‘Napoli ai Napoletani’, intervista con Paolo Trapani sulla secessione partenopea

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Con Paolo Trapani, autore del libro “La secessione di San Gennaro”, pubblicato da ‘Giannini Editore’ nella collana ‘I Sorsi, approfondiamo le idee-forza al centro della sua opera.

“La secessione di San Gennaro” immagina una Napoli indipendente nel 2034. Come nasce questa idea?
Nasce da una domanda semplice ma provocatoria: può esistere una Napoli governata dai napoletani? Ho voluto costruire un racconto di fantasia che spingesse il lettore a riflettere sul rapporto tra identità, responsabilità e autodeterminazione. Non è un manifesto politico, ma un esercizio di immaginazione che prova a ribaltare prospettive consolidate.

Nel romanzo la secessione avviene senza conflitti. Perché questa scelta?
Perché volevo raccontare una rivoluzione civile, pacifica. La nascita dello Stato Città di Napoli avviene attraverso il consenso e la partecipazione popolare. L’idea centrale è che il cambiamento possa passare attraverso la cultura, il senso di appartenenza e la volontà collettiva di costruire un destino comune.

Quanto conta l’identità napoletana nella storia?
È il vero motore del romanzo. Napoli è una città con una storia straordinaria, spesso governata da poteri esterni. Ho immaginato cosa accadrebbe se questa energia identitaria diventasse la base per un progetto politico e sociale nuovo. L’identità, però, non è nostalgia: è una forza che guarda al futuro.

Nel libro compare una struttura politica ispirata alla Polis greca. Cosa l’ha affascinata di questo modello?
La partecipazione diretta dei cittadini. Nel romanzo Napoli si organizza attraverso moderni “Sedili”, consigli municipali che richiamano antiche forme di rappresentanza popolare. Mi interessava immaginare una democrazia più vicina alle persone e ai quartieri.

Uno degli elementi più originali è la “Januaria”, una criptovaluta garantita dal tesoro di San Gennaro. Come è nata questa intuizione?
Cercavo un simbolo che unisse tradizione e innovazione. Il tesoro di San Gennaro rappresenta un patrimonio materiale e spirituale unico; trasformarlo nella garanzia di una moneta digitale significava collegare passato e futuro in un’unica immagine narrativa.

Il romanzo è anche una riflessione sul rapporto tra storia e futuro?
Assolutamente sì. La scelta del 2034 richiama idealmente il tricentenario del 1734, quando Napoli tornò capitale di un regno indipendente. Ho voluto creare un ponte tra memoria storica e immaginazione, mostrando come il passato possa ancora dialogare con il presente.

Che cosa spera resti al lettore dopo l’ultima pagina?
Mi piacerebbe che restasse una domanda: quanto siamo disposti ad assumerci la responsabilità del nostro futuro? Al di là della fantasia narrativa, il libro invita a riflettere sul ruolo dei cittadini nella costruzione della comunità in cui vivono.

In definitiva, “La secessione di San Gennaro” è utopia, satira o romanzo politico?
Probabilmente tutte queste cose insieme. È un racconto ironico e visionario, ma anche una provocazione culturale. Attraverso la fantasia ho cercato di raccontare una Napoli che smette di considerarsi periferia e torna a immaginarsi protagonista del proprio destino.

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