«Anziano investito», «nonnina truffata», «vecchietto aggredito». Basta sfogliare le pagine di cronaca o consultare i principali siti di informazione per imbattersi in titoli che sembrano innocui, quasi affettuosi. Eppure, dietro quelle parole si nasconde un modo di raccontare la realtà che contribuisce ad alimentare uno dei fenomeni più diffusi e meno riconosciuti del nostro tempo: l’ageismo. L’età diventa la notizia, mentre la persona scompare. Il medico va in pensione e diventa “un anziano”. L’imprenditrice che ha costruito un’azienda è “una nonnina”. Il volontario che dedica il proprio tempo alla comunità viene definito “un vecchietto”. È un meccanismo sottile che riduce l’identità di un individuo a un dato anagrafico, cancellandone storia, competenze, ruolo sociale e dignità. Il giornalismo ha sempre avuto il compito di raccontare la realtà senza deformarla. Ma le parole non sono mai neutre. Ogni titolo, ogni fotografia, ogni scelta lessicale contribuisce a costruire l’immagine che una società ha di sé stessa. Se l’infanzia viene raccontata come futuro e la giovinezza come energia, la vecchiaia viene ancora troppo spesso associata alla fragilità, alla malattia, alla dipendenza o all’irrilevanza. Raramente l’età avanzata è rappresentata come esperienza, competenza o risorsa.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’ageismo come l’insieme di stereotipi, pregiudizi e discriminazioni basati sull’età e lo considera un problema di salute pubblica e di giustizia sociale. Non si tratta soltanto di un atteggiamento culturale: l’ageismo produce effetti concreti sulla qualità della vita, sull’accesso ai servizi, sulle opportunità lavorative e persino sulla salute delle persone. I media, proprio perché influenzano il linguaggio collettivo, possono contribuire a rafforzare questi stereotipi oppure a smontarli. L’Italia è il secondo Paese più anziano del mondo dopo il Giappone e il primo in Europa per incidenza della popolazione over 65. Parlare delle persone anziane significa, dunque, parlare di una parte fondamentale della società. Continuare a rappresentarle esclusivamente come vittime, soggetti fragili o destinatari di assistenza significa offrire un ritratto incompleto e fuorviante del Paese reale. La responsabilità del giornalista non consiste nell’ignorare l’età quando è rilevante, ma nel chiedersi se lo sia davvero. Dire che una persona ha ottantacinque anni può essere un’informazione utile; trasformare quell’età nella sua unica identità non lo è. Definire qualcuno “nonnino” o “nonnina” senza sapere se abbia figli o nipoti non aggiunge alcun elemento informativo: introduce invece una categoria emotiva che “infantilizza” l’adulto e ne riduce l’autorevolezza.
Esiste un’alternativa, ed è fatta di buone pratiche. Significa utilizzare un linguaggio preciso e rispettoso, evitare espressioni paternalistiche, scegliere immagini che rappresentino la pluralità dell’invecchiamento e dare spazio alle storie di chi continua a lavorare, innovare, fare volontariato, creare cultura, prendersi cura degli altri. Significa, soprattutto, raccontare le persone prima della loro età. L’articolo 25 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea riconosce il diritto delle persone anziane a condurre una vita dignitosa, indipendente e pienamente partecipe della vita sociale e culturale. Questo principio dovrebbe trovare piena applicazione anche nell’informazione. Perché il diritto a essere raccontati senza stereotipi è parte integrante del diritto alla dignità. Il giornalismo non cambia da solo la società, ma contribuisce ogni giorno a modellarne lo sguardo. Le parole possono alimentare i pregiudizi oppure demolirli. Possono confinare milioni di persone in un’etichetta o restituire loro un volto, una storia, una voce. In un Paese che invecchia, la sfida non è imparare a raccontare gli anziani. È imparare, finalmente, a raccontare le persone.









