Il nuovo capitolo del rapporto, mai davvero ricomposto, tra Aurelio De Laurentiis e la tifoseria organizzata del Napoli si apre a poche ore dalla prima partita casalinga della stagione. Al centro della contesa ci sono gli striscioni, ma dietro la questione apparentemente regolamentare si muovono due idee differenti dello stadio: quella della società, sempre più orientata alla valorizzazione commerciale del Maradona, e quella dei gruppi organizzati, che considerano quegli spazi una parte essenziale della propria identità.
La vicenda prende forma nella mattinata di martedì 25 agosto, quando si riunisce il GOS, il Gruppo Operativo Sicurezza, nell’ambito degli incontri dedicati alla gestione della sicurezza in vista dell’esordio casalingo del Napoli contro il Como. È proprio in quella sede che emerge la richiesta del club azzurro: introdurre un divieto di esposizione degli striscioni in tutti i settori dello stadio durante le partite interne. Una proposta che, secondo le ricostruzioni pubblicate nelle ore successive, non avrebbe trovato il consenso della Questura. La posizione del Napoli viene dunque sottoposta al vaglio delle autorità di pubblica sicurezza. Il punto non riguarda soltanto gli striscioni eventualmente irregolari, ma una misura molto più ampia: impedire in maniera generalizzata l’esposizione dei drappi anche quando questi siano autorizzati e conformi alle disposizioni previste. Ed è proprio su questo passaggio che arriva il no della Questura. La linea emersa dal confronto è quella di distinguere tra materiale autorizzato e materiale non regolamentare. Gli striscioni che non rispettano le norme possono essere fermati, ma un divieto indiscriminato anche per quelli regolarmente autorizzati non viene ritenuto percorribile.
L’idea del club: meno striscioni, più spazio agli sponsor
La richiesta della società, però, avrebbe anche una precisa motivazione commerciale. Secondo quanto ricostruito da la Repubblica, l’intenzione di De Laurentiis sarebbe quella di riservare agli sponsor gli spazi normalmente occupati dagli striscioni dei gruppi organizzati, trasformando il Maradona anche nelle partite di campionato secondo un allestimento più vicino a quello delle grandi serate europee. L’obiettivo sarebbe un vero e proprio dressing dello stadio in stile Champions League: un impianto più uniforme dal punto di vista visivo, con maggiore spazio alla comunicazione commerciale e ai partner del club. Da questa prospettiva, la questione degli striscioni non sarebbe quindi soltanto una materia legata al tifo o alla sicurezza. Sarebbe anche una scelta di gestione dell’immagine dello stadio. Le balaustre e gli spazi oggi utilizzati dai gruppi organizzati diventerebbero superfici da valorizzare commercialmente. Ma è proprio questo elemento a rendere la vicenda particolarmente delicata. Per gli ultras, infatti, quegli spazi non rappresentano semplicemente una superficie libera da utilizzare. Gli striscioni sono una forma di presenza, un segno di appartenenza, uno strumento attraverso il quale le curve raccontano la propria storia, esprimono il proprio pensiero e manifestano il rapporto con la squadra.
Il no della Questura
Il passaggio decisivo è dunque quello istituzionale. La Questura non avrebbe avallato l’idea di un divieto generalizzato, ritenendo invece applicabile la disciplina già prevista: stop agli striscioni non autorizzati o non conformi alle regole, ma nessuna cancellazione indiscriminata di quelli regolari. Una distinzione tutt’altro che secondaria. Perché significa che la società non può trasformare autonomamente una scelta di immagine e di organizzazione commerciale in un divieto assoluto di esposizione. Il tema della sicurezza resta naturalmente centrale, soprattutto in occasione delle partite di Serie A e degli incontri del GOS. Ma la soluzione prospettata dalle autorità è quella di intervenire sui singoli casi irregolari, senza introdurre una proibizione generale. La notizia del confronto in Questura arriva così a poche ore dalla prima uscita del Napoli al Maradona e riaccende immediatamente un fronte che sembrava, almeno in parte, essere stato ricomposto.
Dalla tregua al nuovo gelo
Non è la prima volta che De Laurentiis e la tifoseria organizzata si trovano su posizioni contrapposte. Il rapporto tra il presidente e gli ultras ha attraversato negli anni fasi molto diverse: dalla contestazione alla successiva tregua, fino ai momenti di collaborazione che avevano accompagnato anche la festa per il terzo scudetto. Quella stagione aveva rappresentato un momento particolare. Il Napoli aveva conquistato il titolo in un clima che, almeno sul fronte dei rapporti tra società e curve, aveva conosciuto una fase di forte tensione. Poi erano arrivati il dialogo e una sorta di compromesso, fotografato anche dagli incontri tra De Laurentiis e i rappresentanti dei gruppi organizzati. Oggi quella fotografia sembra appartenere a un’altra fase. Anche le celebrazioni del centenario hanno mostrato percorsi differenti tra società e tifoseria organizzata. E la vicenda degli striscioni si inserisce in questo contesto, aggiungendo un ulteriore elemento di distanza.
«Il Napoli è e resterà della gente»
La risposta degli ultras non si è fatta attendere. In queste ore è comparso un drappo con un messaggio rivolto direttamente al presidente: «Non puoi farci niente, caro presidente: il Napoli è e resterà della gente». Uno slogan che sintetizza perfettamente la natura dello scontro. Da una parte c’è il proprietario del club, che rivendica il diritto di stabilire come debba essere organizzata e valorizzata commercialmente la propria casa. Dall’altra una tifoseria che considera lo stadio qualcosa di più di un impianto di proprietà o di una vetrina commerciale: un luogo appartenente alla comunità che sostiene il Napoli. Ed è proprio questa la vera posta in gioco della vicenda. La battaglia sugli striscioni rischia infatti di diventare una discussione più ampia sul modello di stadio che il Napoli vuole costruire. Un Maradona sempre più ordinato, brandizzato e commercialmente valorizzato oppure uno stadio nel quale continuino ad avere un ruolo visibile i simboli e le forme di espressione della tifoseria?
Domenica il primo banco di prova
Il calendario offre subito il banco di prova. Domenica il Napoli tornerà al Maradona per la prima gara interna della stagione contro il Como. E gli occhi non saranno rivolti soltanto al campo. La vicenda degli ultimi due giorni rende infatti gli spalti un osservato speciale. La società ha incassato il no della Questura alla richiesta di un divieto generalizzato; le regole sugli striscioni autorizzati restano dunque il riferimento. Ma il confronto con gli ultras è tornato apertamente alla luce. Il rischio è che una questione nata intorno a una scelta organizzativa finisca per diventare l’ennesimo terreno di confronto tra due visioni ormai molto distanti. Per De Laurentiis, il Maradona è anche una piattaforma da valorizzare, un luogo nel quale costruire l’immagine internazionale del Napoli e offrire agli sponsor spazi e visibilità. Per i gruppi organizzati, invece, quelle stesse balaustre sono parte della storia del tifo e della cultura della curva. La Questura, per ora, ha tracciato il confine: si possono vietare gli striscioni irregolari, non gli striscioni in quanto tali. Resta da capire come società e tifoseria gestiranno questo nuovo equilibrio. Perché domenica, quando il Napoli scenderà in campo contro il Como, la partita comincerà anche sugli spalti. E tra bandiere, striscioni e sponsor si vedrà quale spazio resterà, al Maradona, alla voce della gente.









