Nel campo largo la vera partita non riguarda soltanto l’alternativa al centrodestra, ma anche chi avrà la forza di dettarne agenda e leadership. Giuseppe Conte sembra averlo capito prima degli altri e sta occupando spazi sempre più ampi, costringendo il Partito democratico e gli alleati a misurarsi con le sue iniziative. La prospettiva delle primarie rende il confronto ancora più delicato. Conte non sembra disposto a recitare il ruolo di alleato subordinato: punta a presentarsi come candidato credibile alla guida della coalizione e, per farlo, sta cercando di parlare a un elettorato più largo di quello tradizionalmente vicino al Movimento 5 Stelle. In questa strategia si inserisce anche la recente sortita contro la cultura “woke”. Conte sostiene che il progressismo non possa costruire la propria identità sulle battaglie identitarie e che il bersaglio principale della sinistra debbano tornare a essere disuguaglianze, salari, welfare e condizioni materiali delle persone. È una mossa politicamente significativa: Conte prova così a sottrarre alla destra il monopolio della critica al politicamente corretto, ma contemporaneamente prende le distanze da una parte dell’identità culturale del nuovo Pd. Il messaggio sembra rivolto anche a quella fascia di elettorato progressista che non si riconosce nelle guerre simboliche e chiede soprattutto risposte economiche e sociali. Il risultato è un campo largo sempre più condizionato dalla personalità e dalle mosse dell’ex premier. Per Schlein la sfida non è soltanto costruire un’alleanza: è evitare che Conte riesca a trasformarla in una competizione permanente per la leadership.









