Intervista al regista Paolo Ruffini. In uscita il nuovo film

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Grande attesa per “Ragazzaccio”, il nuovo film di Paolo Ruffini in uscita il 3 novembre in tutta la penisola  che lo vede in veste esclusiva di regista. 

Paolo, lei è di Livorno, ma ha anche radici napoletane?

“Si’, sono mezzo toscano perché ho scoperto di avere nonni napoletani; sono il frutto di un mix clamoroso, tra il temperamento  toscano e napoletano.”

Quali sono i suoi aspetti caratteriali tipici del toscanaccio e quelli dello scugnizzo?

“Come “toscanaccio” possiedo la goliardia e la capacità di sdrammatizzare, di ironizzare su tutto che poi è anche una peculiarità napoletana. Io ho ereditato in pieno le comuni caratteristiche dei napoletani e dei toscani; spesso dicono che Livorno è un po’ la Napoli del Nord.  Da sempre ho sposato l’idea che la vita è sempre una grande occasione……come una fotografia: vieni meglio se sorridi! Credo che ci sia una forte resilienza in quelle due città Napoli e Livorno, soprattutto a Napoli che è una città più grande,  dove la gente ha la capacità di sorridere anche nella tragedia, anche nel momento di dolore, cioè di trasformare il dolore in un’occasione d’amore.”

Ruffini, il suo nuovo film ha come titolo “Ragazzaccio”;   perché?

“Semplicemente perché il protagonista del film  è un giovane bullo ; spesso i bulli sono anche ragazzi molto sensibili, poco compresi e poco amati in famiglia e questa è un po’ la storia che si sviluppa intorno  a questo “ragazzaccio” “

La fonte ispiratrice di questo nuovo progetto audiovisivo?

“Nel periodo del lockdown ho immaginato la vita di un ragazzo che viveva la pandemia con la consapevolezza che se si ammalava di Covid 19 lo poteva trasmettere ai suoi genitori ed ai nonni, con gravi rischi di morte per questi ultimi.  Ho pensato al forte disagio degli adolescenti in quel momento storico , al loro totale  isolamento sociale, all’impossibilità di comunicare materialmente con il mondo esterno, nella fattispecie con i propri coetanei   Mi sono immedesimato nei panni di un ragazzo di grande sensibilità  che , inerme, vede  le bare sui camion dell’esercito che sfilano a Bergamo,  una sorta di bulletto ed ho cercato di  costruire intorno alla sua persona un film che racconta invece che il dolore lo può trasformare in una persona romantica e positiva al punto di riuscire ad innamorarsi”

Quindi il protagonista del film originariamente era un bullo?

“Sì “Ragazzaccio” è un giovane  che addirittura nel film bullizza un disabile, che vive il lockdown in maniera ansiosa e che si innamora di una ragazza  durante il lockdown.”

Come avviene questo innamoramento ?

“ Il giovane tramite Internet partecipa ad un’Assemblea d’Istituto di una scuola, e sullo schermo del computer viene colpito  dall’immagine di una ragazza particolarmente attiva politicamente che cerca di aiutare i suoi compagni in un momento particolarmente complesso; quindi si innamora di questa ragazza cercando poi di starle il più possibile vicino nei modi consentiti. Nel frattempo c’è suo padre interpretato da Massimo Ghini, che si ammala di COVID , facendo l’infermiere in un ospedale dove ci sono migliaia di contagiati. La mamma, impersonata da  Sabrina Impacciatore, è una donna che non è particolarmente di aiuto al figlio, perché ha mille fragilità e mille problemi. Accanto a loro c’è Beppe Fiorello che nella storia  è un’insegnante, un supplente che cerca di essere d’aiuto al giovane insegnandogli oltre all’italiano, anche un po’ di vita, cercando di capire perché lui si comporta in maniera aggressiva con i  compagni”

Perché ha pensato di trattare il mondo della scuola?

“Io mi sono  molto stupito che nessun autore che ha scritto film sul lockdown, non abbia pensato alle forti problematiche che la scuola, cellula più importante del tessuto sociale, ha vissuto causa Covid”.

È la prima volta che realizzato a un film con uno sfondo drammatico?

“Sì, ed è anche  la prima volta che ho scritto, diretto e prodotto un’opera audiovisiva, lasciando a terzi i ruoli di interpreti protagonisti. Qualche anno fa ho fondato una piccola casa di produzione con la quale ho realizzato il documentario sull’Alzheimer dal titolo “Perdutamente” un film documentario a cui sono molto legato su cui ho lavorato due anni e mezzo. Ci tenevo tanto che andasse al cinema e nel film io dico che bisogna tenersi strette le persone che un giorno ci mancheranno e faccio un’intervista a mio padre che però non soffriva di questa patologia. In tutto il periodo della lavorazione, il mio Babbo mi diceva sempre, “Ma quando esce il film al cinema?”; il film è uscito quest’anno al cinema il 14 di Febbraio e per fatalità  papà è morto il 22 dello stesso mese”.

Ma l’ha visto quindi?

“No papà non l’ha visto perché era allettato , però ha saputo che era andato in sala ed ha aspettato quel momento sospirato per andarsene. Per me quel film è particolarmente importante”

Nella sua maturità c’è un’evoluzione artistica verso tematiche sociali di grande rilevanza frutto di una sua evoluzione interiore…

“Credo di essere molto cambiato psicologicamente nel tempo e di conseguenza è mutata anche la mia creatività. Oggi penso che sia giunto il momento per fare riflettere il pubblico su temi  sociali fondamentali al di là della corrente “social”. Sono convinto che se Aristotele tornasse in vita, ribadirebbe che l’uomo è un animale sociale, non un animale social e che quindi  è necessario soffermarsi su problematiche sociali concrete, affrontandole con un po’ di leggerezza , non certo con  superficialità  anche attraverso l’audiovisivo”

La sua è stata una vera e propria svolta professionale definitiva a partire dal film sull’Alzheimer o pensa di tornare alla commedia ?

“ Assolutamente no, certamente farò altri film commedia, interpretando ruoli brillanti; sono aperto a tutte le esperienze. Mi attira molto l’idea di creare una costruttiva connessione tra il cinema sociale e la commedia. Per esempio ora prossimamente in un altro versante, quello teatrale, avrò modo di fare l’adattamento teatrale di un grande film che è “Quasi amici” e io lo porterò in teatro con Massimo Ghini per la regia di Alberto Ferrari”

E pure questo è un tema abbastanza impegnativo.

“ Fin dalla realizzazione del  progetto  “Up&Down” che riguarda le persone affette da sindrome di Down, ho provato una grande soddisfazione nell’affrontare tematiche sociali suscitando in me un arricchimento interiore. Personalmente non credo che ci sia sempre bisogno di toccare con mano la tragedia umana per accorgersi che nella vita ci sono delle  grandi difficoltà. Mi è piaciuto esplorare il mondo della disabilità, il mondo della neurologia, il mondo della psichiatria. Ci sono dei temi che secondo me sono molto interessanti e da creativo, da autore, ho voluto affrontarli con lo sguardo leggero di chi ci si approccia per la prima volta ad essi  ed ho provato a fare dei film che potessero avere un valore emozionale anche per me”.

Il cinema, il teatro possono avere un effetto terapeutico nei confronti di persone che sono affette da patologie anche neurologiche?

“Certamente! Ce lo hanno insegnato la cultura greca, la cultura ellenica che considerava il teatro come catarsi, come capacità catartica di affrontare la vita, secondo la filosofia di Platone e di altri; nei secoli  il teatro come strumento terapeutico  ha fatto miracoli”

La sua sensibilità dipende da una formazione culturale classica?

“Sì ho frequentato il liceo classico e sono laureato in Lettere “

Com’è nata la passione per lo spettacolo?

“ Quando studiavo al liceo, Paolo Virzì fece un casting per gli attori che avrebbero interpretato il film “Ovosodo” nel ‘97. Io da sempre covavo il sogno di fare cinema, soprattutto regia per cui spesso cercavo di intrufolarmi sui set ma non mi prendevano mai come assistente di regia ma come attore. Piano piano è nata poi la possibilità di lavorare prima in TV e al cinema ed io ho cavalcato l’onda dell’attore e poi quando è stato il momento giusto, ho fatto il salto sospirato dietro la macchina da presa”.

 Come regista è un autodidatta?

“Si, mi sono acculturato da solo leggendo tanti testi per la sceneggiatura e la regia.”

 Predilige quindi il ruolo di deus ex machina di un progetto audiovisivo anziché di attore?

“Amo fare l’attore, ma quando fai il regista hai  la possibilità di realizzare un sogno, il che non è poco nella vita! Purtroppo nel cinema di oggi si sta perdendo anche la coscienza della sala ed i ragazzi stanno trascurando tante opportunità perché ormai fanno solo  le storie sui social, pensano sempre in verticale, mentre io continuo a pensare in orizzontale”.

Che vuol dire si pensa in verticale?

“Alludo al cellulare; i ragazzi  di oggi quando devono fare una storia o scattare una foto utilizzano il telefono in senso verticale”

Quali  strategie suggerirebbe  per far tornare i ragazzi al cinema?

“Bisogna sedurli, colpendo la loro sensibilità, rappresentando storie che li vedano coinvolti a livello visivo ed emotivo”

Lei è padre?

“No, non ancora”.

Non ha ancora trovato la mamma giusta?

“Ci stiamo attrezzando. L’ho trovata da poco. Si chiama Barbara Clara”.

Di cosa si occupa la sua Barbara?

Nella vita fa anche lei l’attrice e poi fa la pittrice è un’artista a tutto tondo”.

Cosa l’ha particolarmente affascinato di  Barbara?

“Sono convinto di averla sempre avuta nei miei sogni e poi l’ho trovata nella realtà . Quando l’ho incontrata, ho esclamato: Eccola! L’ho sognata tanto! Mi son ricordato del sogno che facevo. Lei è sudamericana, è nata in Venezuela e poi è venuta quando aveva vent’anni qui in Italia perché il papà è friulano. E’ Mora ed è molto bella”.

A prescindere dall’aspetto fisico cosa l’attrae di lei?

“La sua purezza; lei ha un’anima pura e sincera.  A me è sempre capitato di trovare donne pretenziose e capricciose ed è la prima volta, una delle poche volte che ho trovato una persona che non chiede nulla ma che ha solo il desiderio di dare, cioè di amare e questa sua peculiarità l’ho trovata  semplicemente meravigliosa”.

Quali sono gli interessi che avete in comune?

“Io purtroppo la trascino spessissimo al cinema, a vedere film. Anche lei è un’appassionata d’arte ed oltre al cinema le piacciono le mostre, le piacciono i quadri “

 In casa Barbara cucina ?

“Le piace moltissimo preparare specialità culinarie soprattutto sudamericane come le arepas, frittelle di mais a forma di piccoli contenitori che una volta cotte possono essere riempite con carne o verdure; e poi adora anche la pasta che cucina in tutti i modi ”

Quindi il vostro tempo libero lo trascorrete più nell’intimità che nei ritrovi pubblici ?

“Brava, vivo molto più la casa da quando sto con lei. Io sono stato sposato per 10 anni, e con la mia ex moglie eravamo sempre in giro, conducevamo una vita molto movimentata”   .

 Ha mai pensato di coinvolgere Barbara in un suo progetto teatrale o audiovisivo ?

“Fino ad ora non è mai capitato ma ben venga in futuro; con la mia ex moglie abbiamo spesso lavorato insieme; non soffro di questo tipo di pregiudizi, quale quello di tenere ben separato il privato alla professione”

Ruffini è dunque  arrivato il momento di soddisfare questo suo recondito desiderio di paternità.

“Sì, volentieri, adesso sì, diciamo che buttiamo giù il soggetto, poi faremo la sceneggiatura e poi faremo uscire il film, insomma”.

Cosa condivide con Barbara?

“Io penso che con la cosa che ci unisce è l’esserci ritrovati al momento giusto. Siamo tutti e due abbastanza adulti anche tutti quelli che ci incontrano pensano che lei  ha 15 anni meno di me.”

Quindi come dice Shakespeare “Gli uomini sono fatti della stessa sostanza dei sogni”

“Bravissima, assolutamente sì.”

Ruffini che cos’è la comicità?

“È l’unica soluzione reale che abbiamo per contrastare le brutture del mondo. Di fronte ad una cosa brutta, anche alla rabbia, non si deve mai usare violenza ma soltanto al massimo la risata”

 

 

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