Processo per la morte di Diego Maradona: il dibattimento a San Isidro è ripartito dopo la clamorosa scoperta che alcuni esami medici utilizzati dalla Junta Médica appartenevano al padre del campione, ma i periti hanno confermato le conclusioni sulla responsabilità dell’équipe sanitaria. Il processo per la morte di Diego Armando Maradona supera, almeno per ora, l’ennesimo terremoto giudiziario. Dopo una settimana di sospensione, il dibattimento è ripreso giovedì 27 agosto davanti al Tribunale penale di San Isidro. Al centro dell’udienza c’era l’errore che aveva fatto tremare il procedimento: alcuni esami medici consegnati nel 2021 alla commissione incaricata di valutare le condizioni di Maradona appartenevano in realtà a suo padre, Don Diego, morto nel 2015. La novità più rilevante delle ultime ore è che tre componenti della Junta Médica hanno confermato le conclusioni della perizia del 2021. Hernán Trimarchi, Gustavo Di Niro e Fernando Cairo hanno sostenuto che la confusione documentale non modifica gli elementi fondamentali delle loro valutazioni. In particolare, Trimarchi ha difeso la diagnosi di patologia renale cronica di Maradona, mentre Di Niro ha spiegato che le proprie conclusioni derivavano soprattutto dall’insieme dei dati clinici e dall’autopsia. Cairo, epatologo, ha inoltre riferito di aver individuato una cirrosi asintomatica e ha parlato di diversi «segnali d’allarme» presenti nell’evoluzione clinica del calciatore prima della morte. Secondo il perito, il quadro complessivo avrebbe richiesto una maggiore attenzione sanitaria.
Il caso degli esami del padre
Lo scandalo era esploso durante un’udienza di agosto, quando la difesa aveva evidenziato che alcuni risultati attribuiti a Maradona erano in realtà riconducibili a suo padre. Swiss Medical ha riconosciuto l’errore nella documentazione e la magistratura ha disposto verifiche e sequestri presso la società sanitaria e il Sanatorio Los Arcos. Il processo era stato sospeso proprio per accertare l’origine dei documenti. La questione poteva avere conseguenze pesantissime, anche perché la perizia della Junta Médica rappresenta uno degli elementi centrali dell’accusa. Ma il tribunale, invece di dichiarare nullo il dibattimento, ha scelto di verificare quanto concretamente l’errore abbia inciso sulle conclusioni degli esperti. E, almeno nell’udienza del 27 agosto, i periti hanno sostenuto che il nucleo delle loro valutazioni resta valido. Durante la stessa udienza è stata inoltre ammessa una cartella clinica ritenuta appartenente a Maradona, relativa a una precedente fase della sua storia sanitaria, recuperata attraverso le nuove verifiche documentali.
Un processo già segnato da uno storico annullamento
È il secondo processo per la morte di Maradona. Il primo era iniziato l’11 marzo 2025 e, dopo 21 udienze e 44 testimoni, era stato annullato il 29 maggio dello stesso anno. La causa fu la scoperta del coinvolgimento della giudice Julieta Makintach nella realizzazione clandestina di un documentario legato al procedimento. Il nuovo dibattimento è iniziato nell’aprile 2026 e riguarda sette operatori sanitari accusati in relazione alle cure prestate a Maradona dopo l’intervento per la rimozione di un ematoma subdurale: Leopoldo Luque, Agustina Cosachov, Carlos Díaz, Ricardo Almirón, Mariano Perroni, Nancy Forlini e Pedro Di Spagna. Maradona morì il 25 novembre 2020, a 60 anni. L’autopsia indicò come causa immediata un edema polmonare acuto conseguente a un’insufficienza cardiaca, in un quadro di cardiomiopatia dilatativa. L’accusa sostiene che il decesso fosse evitabile e contesta soprattutto le modalità con cui venne gestito il suo stato clinico nella fase precedente alla morte.
Cosa cambia adesso
La vicenda degli esami del padre non è definitivamente chiusa e resta un punto potenzialmente sfruttabile dalle difese. Ma l’ultimo passaggio processuale riduce, almeno per ora, il rischio di un nuovo azzeramento del dibattimento. La linea emersa nelle ultime ore è dunque chiara: il processo continua e i periti della Junta Médica continuano a sostenere che Maradona presentasse un quadro clinico grave, caratterizzato da segnali d’allarme che, secondo la loro valutazione, non sarebbero stati adeguatamente gestiti. Il processo entra così in una nuova fase, con un interrogativo destinato a restare centrale: quanto l’errore nella documentazione medica potrà incidere sulla valutazione finale dei giudici e sulla posizione dei sette imputati.









