Se c’è una vicenda che racconta le contraddizioni della politica a San Giorgio a Cremano degli ultimi anni, è quella del Cinema Flaminio. Nel novembre 2024 il Consiglio comunale approvò l’acquisto della storica sala cinematografica con una narrazione chiara e ambiziosa: restituire alla città un presidio culturale pubblico, un luogo per il teatro, le scuole, le associazioni e gli eventi cittadini. Un’operazione finanziata attraverso mutui e sostenuta come scelta strategica per il futuro della comunità. Due anni dopo, la maggioranza approva una delibera che parte da un presupposto completamente diverso: il Comune non avrebbe le risorse economiche, organizzative e di personale necessarie per gestire direttamente il Flaminio e gli altri beni interessati dal provvedimento. La soluzione individuata è l’esternalizzazione attraverso concessioni e partenariati. La prima domanda è inevitabile: possibile che nel 2024 l’Ente fosse nelle condizioni di acquistare e programmare la riqualificazione del cinema e nel 2026 scopra di non essere in grado di gestirlo?
Il punto più controverso è il PNRR.
La delibera del 28 ottobre 2026 è costruita attorno alla valorizzazione di beni pubblici “anche riqualificati con fondi PNRR”. Nelle premesse si richiamano più volte gli obblighi derivanti dai finanziamenti europei, i target da rispettare, la necessità di evitare contestazioni e revoche delle risorse comunitarie. Il Flaminio però con il PNRR non c’entra nulla.
Nel testo stesso della delibera si distingue chiaramente tra progetto come il Parco urbano di via Manzoni, l’area ex ABB, finanziati nell’ambito di programmi di rigenerazione urbana, e l’ex Cinema Flaminio, semplicemente acquisito al patrimonio comunale. Eppure tutti finiscono nello stesso “contenitore” e vengono trattati allo stesso modo. È proprio questo uno degli aspetti più difficili da comprendere: perché discutere il futuro del Flaminio all’interno di un provvedimento pensato per opere soggette a vincoli PNRR?
Poi c’è il capitolo delle posizioni politiche
Il caso più emblematico è quello del consigliere Giuseppe Farina. Nel 2024 sostenne, insieme alla maggioranza, la necessità dell’acquisto del cinema ed un doveroso percorso di investimento pubblico. Nel 2026, invece, difende senza esitazioni la strada dell’esternalizzazione e arriva ad affermare che non si può continuare con “l’accensione di mutui e il ribaltamento dei debiti alle generazioni future”. Una posizione che apre un interrogativo: se il mutuo era giusto nel 2024, cosa è cambiato in appena due anni?
Infine, c’è una questione di metodo che alimenta domande e dubbi. La delibera votata dal Consiglio dichiara l’impossibilità della gestione diretta, stabilisce l’esternalizzazione come indirizzo politico e solo dopo demanda ai dirigenti la redazione degli studi di fattibilità. In altre parole, prima si sceglie la soluzione e poi si commissionano le verifiche tecniche. Ed è probabilmente questo il vero nodo della vicenda Flaminio, come sottolineato dall’ex assessore al bilancio Giuseppe Giordano: più che una discussione sul futuro della struttura, sembra una decisione già presa alla quale si chiede ora di costruire le necessarie giustificazioni tecniche. Una dinamica che spiega perché, a distanza di due anni dall’acquisto, il dibattito sia ancora apertissimo, molto acceso e tutt’altro che risolto.









