Il “Giardino dei semplici” è un gruppo musicale italiano che vanta oltre 50 anni di carriera artistica, ma 50 anni non sono soltanto un anniversario. Piuttosto costituiscono la grande storia di una band che ha superato mode, cambiamenti e generazioni senza perdere la propria identità musicale. Anche per questo motivo attualmente sono in tour, per celebrare un importante traguardo e incontrare ogni giorni appassionati e fans.
Proprio il tour è l’occasione per guardare al passato con gratitudine, ma anche al presente e al futuro. La loro storia del ‘Giardino dei Semplici” ebbe inizio quando quattro ragazzi si incontrarono nel settembre del 1974: Gianni Averardi (batteria), Andrea Arcella (tastiere), Gianfranco Caliendo (chitarre) e Luciano Liguori (basso): tutti e quattro dotati di splendide voci. È così che iniziò la storia di un gruppo musicale che, dopo aver trovato il giusto affiatamento suonando nei locali più belli di Napoli, qualche mese dopo, nel 1975, diede vita al ‘Giardino dei Semplici’ con il primo singolo, “M’innamorai”, targato Festivalbar. Con Tommy Esposito, storico batterista del Gruppo, ripercorriamo la lunga e intensa storia della band che ha venduto milioni di dischi ed è tuttora molto amata dagli italiani, comprese le nuove generazioni.
Cinquant’anni sono un traguardo che pochi gruppi possono festeggiare. Se doveste racchiudere mezzo secolo di musica in un’unica immagine o in un ricordo, quale scegliereste e perché?
In 50 anni di attività la musica non cambia, ma nel 1980 Gianni lascia le bacchette a Tommy Esposito e, nel 2012, Gianfranco saluta la band per dedicarsi ai suoi progetti; al suo posto arriva Savio Arato. Dopo i racconti di Andrea e Luciano, posso dire che non c’è un ricordo in particolare, perché tra i vari Festivalbar, Sanremo, i primi concerti all’estero e i tanti momenti eclatanti della nostra carriera non è semplice sceglierne uno. L’immagine che meglio rappresenta questi cinquant’anni è racchiusa in un insieme di gocce che colano: il simbolo del duro lavoro e della voglia di andare avanti senza freni, per amore della musica. Quella stessa musica che ancora oggi ci vede sul palco come quattro ragazzi, a vivere le stesse emozioni dopo mezzo secolo di attività.

Le vostre canzoni continuano a essere cantate da chi le ascoltava negli anni Settanta e Ottanta, ma anche da tanti giovani che le hanno scoperte molto dopo. Qual è il segreto, secondo voi, di questa capacità di attraversare le generazioni?
Sicuramente, all’inizio della nostra carriera, è stato fondamentale aver incontrato due grandi autori e, all’epoca, anche i nostri produttori: Totò Savio e Giancarlo Bigazzi. Sono stati loro a guidarci nei nostri primi passi da professionisti. Noi ci emozionavamo ascoltando le loro canzoni, diventate poi i nostri evergreen. Negli anni abbiamo capito che una canzone diventa davvero tale, e ha successo, quando arriva al cuore di tante persone e non soltanto al tuo, perché le emozioni si propagano, si trasformano in vibrazioni e si crea un’empatia con il pubblico. Tant’è vero che oggi ritroviamo ai nostri concerti anche ragazzi ai quali i nostri brani sono stati tramandati dai nonni o dai genitori.
In un panorama musicale che cambia continuamente, voi avete sempre mantenuto uno stile riconoscibile, senza inseguire le mode. È stata una scelta consapevole o semplicemente il modo più sincero di fare musica?
Sicuramente la sincerità nel fare musica è stata la nostra forza. Abbiamo sempre avuto un occhio vigile sull’innovazione musicale, soprattutto per quanto riguarda la strumentazione: dalle tastiere ai campionatori, fino ai computer; dalle batterie elettroniche al MIDI attraverso i sensori. Abbiamo però sempre capito che la tecnologia può migliorare tanti aspetti, ma non può sostituire le emozioni. Per questo ancora oggi si utilizzano strumenti musicali e grandi orchestre per curare gli arrangiamenti di una canzone, perché la musica nasce dalle emozioni della nostra vita: guarda alle mode, ma segue sempre il nostro cuore.
C’è un brano del vostro repertorio che sentite racconti meglio di ogni altro l’identità del Giardino dei Semplici, anche se magari non è quello che il grande pubblico conosce di più?
Questa è sicuramente una domanda da rivolgere a ciascuno di noi. C’è chi risponderebbe “Miele”, perché è la hit che più ci contraddistingue; chi direbbe “M’innamorai”, perché è stato il nostro primo 45 giri di successo. Per me, invece, è “Tu ca nun chiagne”. Per molti è una cover, ma per il ‘Giardino dei Semplici’ rappresenta molto di più. È una canzone del 1915, scritta da Bovio e De Curtis, nella quale emerge l’anima innovativa del gruppo. Grazie alle nostre armonizzazioni vocali e all’inserimento di una parte musicale di ispirazione prog, il brano divenne per il grande pubblico “Com’è bella ‘a muntagna”, vendendo un milione di copie nel giro di poche settimane e raggiungendo i primi posti della Hit Parade. Questo dimostra che il Giardino dei Semplici, fin dagli inizi della propria carriera, ha sempre cercato di essere un passo avanti nel panorama musicale, al passo con i tempi e lasciando al pubblico canzoni destinate a rimanere negli annali.

Chi conosce la storia della musica italiana sa che, dietro il successo del Giardino dei Semplici, ci sono anche firme come Giancarlo Bigazzi e Totò Savio, protagonisti, parallelamente, dell’avventura irriverente degli Squallor. Com’era lavorare con persone capaci di passare, con naturalezza, dalla grande canzone d’autore alla satira più dissacrante ? C’è qualche episodio o retroscena di quegli anni che racconta meglio di ogni altro quel clima creativo ?
Anche se non ho partecipato personalmente alle registrazioni in sala d’incisione dei dischi degli Squallor, conosco bene i racconti di quei momenti. Totò Savio e Giancarlo Bigazzi facevano parte di un quintetto straordinario e innovatore del panorama musicale dell’epoca. Insieme a Daniele Pace, Elio Gariboldi e Alfredo Ceruti lavoravano per ore, soprattutto di notte, e lo studio di registrazione diventava una vera e propria arena per chi aveva la fortuna di assistere. Quando tra gli ospiti c’era il Giardino dei Semplici, si rideva a ogni battuta pungente recitata da Alfredo Ceruti o alle interpretazioni di Totò Savio nelle canzoni più provocatorie. In quei momenti si aveva già la sensazione che quel disco sarebbe diventato un successo, e si andava avanti fino a notte fonda. Tornando a Savio e Bigazzi, ancora oggi restano per noi due icone e due persone straordinarie. Sono stati loro a dare vita alla nostra carriera di artisti, musicisti e autori. Due persone che hanno fatto da padri, che ci hanno aperto le porte di casa, raccontandoci le loro storie personali e dimostrandosi sempre sinceri e diretti con noi. L’incontro con loro è stata la nostra grande fortuna: sono stati loro a dare il nome al gruppo, Il Giardino dei Semplici, e a consegnarci, attraverso le loro canzoni, le chiavi del successo.




