Pietrarsa, 6 agosto 1863: la strage dimenticata degli operai

0
100

Il 6 agosto 1863 una pagina drammatica della storia del lavoro italiano si consumò tra le mura del grande opificio sul mare tra San Giorgio a Cremano e Portici. A Pietrarsa, uno dei simboli dell’industria borbonica, i fucili dei bersaglieri colpirono una protesta operaia: quattro lavoratori persero la vita — Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Domenico Del Grosso e Aniello Olivieri — mentre circa venti rimasero gravemente feriti. Quello che passò alla storia come la strage di Pietrarsa è considerato uno dei primi e più gravi episodi di repressione del movimento operaio nell’Italia postunitaria.

Il sogno industriale del Regno delle Due Sicilie

Nato nel 1840 per volontà di Ferdinando II di Borbone, il Reale Opificio di Pietrarsa rappresentava un’eccellenza tecnologica del Mezzogiorno. La struttura non era soltanto una fabbrica, ma un vero centro di formazione: al suo interno funzionava una scuola d’arte dove gli operai studiavano matematica, geometria, meccanica, lingue, architettura civile e disegno tecnico. L’obiettivo era creare maestranze altamente specializzate e rendere il Regno autonomo nella produzione industriale, evitando la dipendenza dalle potenze europee. Pietrarsa costruiva e riparava locomotive, oltre a produrre materiale civile e militare. Nel 1853 l’opificio raggiunse il suo massimo splendore: quasi mille operai lavoravano nei suoi reparti, tra cui anche quaranta detenuti coinvolti in un progetto di reinserimento sociale. La qualità della produzione era tale da attirare l’attenzione internazionale: anche lo zar Nicola I di Russia visitò la fabbrica, interessato a realizzare un impianto simile nel proprio Paese.

Dopo l’Unità d’Italia il declino

Con la nascita dello Stato italiano nel 1861, però, il destino di Pietrarsa cambiò radicalmente. Le nuove politiche industriali favorirono soprattutto gli stabilimenti del Nord, in particolare l’Ansaldo di Genova, mentre l’opificio napoletano iniziò a perdere centralità. Una relazione dell’ingegnere piemontese Grandis descrisse Pietrarsa come una struttura moderna e ricca di macchinari, ma giudicata troppo costosa e con un numero eccessivo di operai. Si arrivò persino a ipotizzarne la demolizione. Lo Stato scelse invece di affidarla in gestione privata a Jacopo Bozza, con un contratto considerato molto vantaggioso per il concessionario. La nuova gestione portò a una drastica riduzione del personale, all’aumento delle ore di lavoro e alla diminuzione degli stipendi, spesso non corrisposti regolarmente.

La protesta operaia e gli spari del 6 agosto 1863

La tensione raggiunse il limite nell’estate del 1863. Gli operai di Pietrarsa scesero in protesta chiedendo il rispetto dei propri diritti, il pagamento delle retribuzioni arretrate e condizioni di lavoro più dignitose. La risposta delle autorità fu l’intervento dei bersaglieri. Durante gli scontri, i militari aprirono il fuoco contro i lavoratori: alcuni furono colpiti mentre cercavano di allontanarsi. Morirono quattro operai e molti altri rimasero feriti. Dopo la tragedia, le istituzioni cercarono di ridimensionare l’accaduto attribuendo la responsabilità a presunti agitatori e provocatori legati al passato borbonico. La vicenda finì progressivamente nel silenzio, mentre le condizioni dell’opificio continuarono a peggiorare.

La memoria della strage

Il declino di Pietrarsa proseguì negli anni successivi fino alla chiusura dello stabilimento. Oggi la sua storia resta legata a due immagini opposte: da una parte il simbolo di un’importante stagione industriale del Mezzogiorno, dall’altra il ricordo di una protesta operaia repressa nel sangue. La strage del 6 agosto 1863 rappresenta una delle prime testimonianze del difficile rapporto tra Stato, lavoro e diritti sociali nell’Italia appena unificata, una ferita della storia industriale italiana che ancora oggi invita alla riflessione sulla memoria del mondo operaio.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui